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30 Aprile 2007 : L’Associazione Soci BPU è alla ricerca di un nuovo Presidente

L’Associazione Soci BPU è alla ricerca di un nuovo Presidente in quanto il Dott. Giuseppe Allevi è tuttora dimissionario.

Di seguito elenchiamo alcuni aspetti che verranno presi in esame nella prossima assemblea.

L’associazione soci si riserva la possibilità di impugnare la delibera di fusione tra la cooperativa della BPU e la Lombarda.

Spettabile Consob, l’art. 148 della legge Draghi, al comma 2,  recita:

“L’atto costitutivo contiene le clausole necessarie ad assicurare che un membro effettivo sia eletto dalla minoranza. Se il collegio è formato da più di tre membri, il numero dei membri effettivi eletti dalla minoranza non può essere inferiore a due.” Quale Presidente dell’Associazione Soci BPU chiedo di conoscere per quale ragione questa norma non viene applicata. Ringrazio anticipatamente e porgo i più cordiali saluti.

Giuseppe Allevi

Gentile dott. Allevi,

con riguardo alla sua e-mail del 29 giugno scorso le facciamo presente che la Consob ha già provveduto a richiamare l’attenzione di Collegi sindacali di Emittenti quotati sul tema della previsione e conseguente attuazione da parte di ogni società quotata delle clausole statutarie necessarie ad assicurare che almeno un membro effettivo del Collegio sia eletto da soci di minoranza.La Consob ha altresì evidenziato la necessità che i sindaci, proprio in quanto istituzionalmente chiamati a svolgere una attività di controllo sull’osservanza della legge, si attivino per assicurare il pieno e sollecito rispetto di una disposizione che, peraltro, concerne proprio le modalità della loro nomina e quindi la legittimità del loro ufficio. Rappresentiamo inoltre che proprio  una nota  con tale contesto inoltrata dalla Consob al Collegio sindacale di una Banca popolare è stata dapprima impugnata dal destinatario innanzi al TAR e poi innanzi al Consiglio di Stato, con esito negativo per i ricorrenti. Con i migliori saluti

CONSOB – Ufficio Relazioni con il Pubblico

La Consob vince la causa perché i soci di minoranza eleggano un membro del collegio sindacale Le banche popolari quotate devono tutelare la minoranza javascript:history.back()(Consiglio di Stato 1964/2002) Tra le società quotate in borsa, anche le cooperative a responsabilità limitata devono avere almeno un membro del collegio sindacale eletto dai soci di minoranza. E’ quanto conferma il Consiglio di Stato con la decisione 1964/2002. La Consob invita la Banca popolare di Verona – Banco San Geminiano e San Prospero a fare in modo che almeno un membro del collegio sindacale venga eletto dai soci di minoranza, secondo quanto stabilisce l’art. 148 del Decreto Legislativo 58/1998: la Banca in questione (una cooperativa) sostiene che per il principio del voto capitario (ogni socio ha un voto, indipendentemente dal numero di azioni) le cooperative non avrebbero minoranze da tutelare, e quindi per esse non varrebbe il principio stabilito dalla legge. Di fronte al rigetto del TAR, la Banca si appella al Consiglio di Stato, che, però, conferma la sentenza di primo grado. Secondo il giudice amministrativo il decreto legislativo 58/1998 non prevede eccezioni al principio del membro di minoranza: lo dimostra inoltre il fatto che già altre società cooperative si sono adeguate alla norma. (24 maggio 2002)

Decisione del Consiglio di Stato 1964/2002

COMMISSIONE VI

FINANZE

Resoconto stenografico

INDAGINE CONOSCITIVA

Seduta di giovedì 20 febbraio 2003

PRESIDENZA DEL PRESIDENTE

GIORGIO LA MALFA

La seduta comincia alle 15.

(La Commissione approva il processo verbale della seduta precedente).

Sulla pubblicità dei lavori.

PRESIDENTE. Avverto che, se non vi sono obiezioni, la pubblicità dei lavori della seduta odierna sarà assicurata anche attraverso impianti audiovisivi a circuito chiuso.

(Così rimane stabilito).

Audizione dei rappresentanti dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop).

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca, nell’ambito dell’indagine conoscitiva sul settore delle banche popolari, l’audizione dei rappresentanti dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). A nome della Commissione, desidero dare il benvenuto ai nostri ospiti e ringraziarli per avere voluto corrispondere all’invito rivolto loro dalla Commissione a partecipare all’odierna audizione. Sono presenti: il presidente, avvocato Bovio, il professore Cafari Panico, il dottor Ribis, il dottor Meloni ed il dottor Levi. La Camera dei deputati, dovendo esaminare alcuni progetti di legge per l’eventuale riforma della legislazione sulle banche popolari, prima di arrivare all’esame di merito, ha deliberato, a fini istruttori, un’indagine conoscitiva. Le audizioni in programma saranno utili al lavoro legislativo sia per la conoscenza diretta – e per la resocontazione di quanto riferitoci – sia per i documenti eventualmente lasciati, oggi o in seguito, alla nostra attenzione; ciò consentirà, ai colleghi assenti, di formarsi un’opinione più meditata sulla materia. Loro sanno, presidente, che vi erano cinque – diventate nel frattempo nove -proposte di legge sulla riforma del sistema delle banche popolari; io stesso, quale presidente della Commissione, sono, al riguardo, relatore sulle proposte abbinate. Abbiamo deciso di non procedere rapidamente ma di raccogliere le opinioni di tutti gli operatori del settore: azionisti, dipendenti, imprese; poi, naturalmente, autorità governative e istituzionali (Banca d’Italia, Governo e via dicendo). Ciò, per arrivare, infine, ad una formulazione del testo, la più condivisa possibile. Do, quindi, la parola al presidente Bovio.

CORSO LIBERO CARLO BOVIO, Presidente dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Desidero ringraziarvi per l’invito rivoltoci e dichiarare che siamo onorati di potere dare il nostro apporto al lavoro della Commissione.L’Asnapop è un’associazione di piccoli e medi azionisti di banche popolari quotate; chiaramente, nella sigla si è dovuto sintetizzare ma il nostro campo fondamentale concerne non semplicemente le banche popolari, bensì le banche popolari quotate. Infatti, abbiamo raccolto intorno a noi, direttamente o indirettamente, la sensibilità di un pubblico di investitori ritrovatisi in una situazione invero affatto particolare; al riguardo, siamo stati un punto di riferimento per associazioni, già esistenti, di azionisti di singole banche popolari quotate: penso a quella degli azionisti della banca popolare di Milano (ma ve ne sono altre) Prendendo le mosse da una valutazione telegrafica, osservo come l’azionista di una banca popolare quotata, normalmente, si sia trovato a comprare il titolo in Borsa e lo abbia acquistato senza essere stato informato – neanche con un codicillo, un asterisco – della circostanza che sarebbe entrato a far parte di una società cooperativa con determinate limitazioni. Mi si permetta una rapidissima annotazione che può interessare l’autorità antitrust. Esistono società bancarie popolari che sono Spa pure: ad esempio, la banca popolare di Brescia e la banca popolare di Luino e Varese sono, oggi, Spa pure; vi sono, poi, banche popolari rimaste, invece, con la struttura della cooperativa.

PRESIDENTE. Vi sono banche popolari che si sono avvalse della facoltà di trasformarsi in Spa ma hanno mantenuto la dizione «popolare» all’interno del loro logo.

CORSO LIBERO CARLO BOVIO, Presidente dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Esattamente.

PRESIDENTE. Possono, quindi, crearsi delle ambiguità, al riguardo.

CORSO LIBERO CARLO BOVIO, Presidente dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Noi non vogliamo mettere in difficoltà nessuno; tuttavia, come avvocato, sono il primo, in alcune occasioni, ad essere caduto in errore. Non essendo stato abbastanza attento e non essendomi adeguatamente documentato, non mi sono reso esattamente conto di entrare a far parte di una cooperativa con le limitazioni che tutti conoscono e che porteremo alla loro attenzione. La nostra caratterizzazione viene dall’esserci trovati di fronte a numerosissimi piccoli e medi soci; infatti, non tuteliamo grandi interessi o soci che abbiano superato quel limite al quale il dottor Fazio ha recentemente richiamato una o più popolari quotate. I soci si sono avveduti di patire due limitazioni: una, forse molto banale – ma non priva di un suo interesse – consiste nella sottovalutazione del loro titolo rispetto all’andamento generale del mercato borsistico, non favorevolissimo negli ultimi tempi ma che, certamente, per il sistema bancario, legittimava aspettative decisamente superiori. Il secondo aspetto delicato è dato proprio dalla condizione, assolutamente «in sonno», dei soci, del tutto incapaci di esprimersi in modo incisivo nelle assemblee delle banche popolari. Credo che un dato sia molto importante: nella più parte delle banche popolari quotate, il management, il vertice è rimasto invariato per un lunghissimo periodo di tempo; non vi è ricambio: siamo di fronte ad un sistema, per così dire, oligarchico, di conservazione delle posizioni (una specie di baronati). Abbiamo, poi, una figura molto particolare di banca; mi riferisco alla banca popolare di Milano, nella quale la massa di manovra assembleare è rappresentata dai dipendenti. Essa ha un problema diametralmente opposto: un ricambio abbastanza rapido del management a fronte del quale, però, si pone, per il gruppo di piccoli e medi azionisti che rappresentiamo un fenomeno un po’ perverso; il management, che dovrebbe controllare e gestire il rapporto con i dipendenti, è, invece, fortissimamente espressione dei dipendenti stessi. Scherzosamente, si è parlato di un sindacato azionario piuttosto atipico, un sindacato fortemente sindacale. Una società – un’associazione lussemburghese di tutela delle minoranze, che ha avuto alcuni rapporti polemici con la banca popolare di Milano nonché una certa pubblicità – ha studiato l’andamento delle assemblee del 2001 e del 2002 della banca popolare di Milano . Ebbene, il primo aspetto che va considerato è il seguente: si sostiene che la partecipazione del cooperativista in una società cooperativa non sarebbe omologabile a quella di un’azionista di una società qualsiasi; il cooperativista, infatti, è un vero e proprio socio che deve avere un ruolo attivo. Ebbene, la società in esame si caratterizza, però, per una scarsissima affezione alla partecipazione: all’assemblea del 2001 sono stati presenti 8.000 soci, per oltre il 57 per cento rappresentati da dipendenti o da legali rappresentanti di minori, figli dei dipendenti, iscritti nel libro soci. Quindi, un’assemblea controllata per circa il 57 per cento dalla massa di manovra dei dipendenti; nell’assemblea del 2002, tale percentuale è scesa al 46,7 per cento, tuttavia, il controllo rimane ancora nelle mani delle forze sindacali. Scarsa partecipazione dell’azionista alle assemblee ed esistenza di sindacati, che non possiamo qualificare ma che mirano alla conservazione assoluta degli assetti proprietari, inducono a ritenere che il vestito della cooperativa sia diventato improprio e stretto. Mi si consenta l’espressione, signor presidente, ma ci eravamo messi il vestito della prima comunione e lo stiamo ancora utilizzando dopo trent’anni. Quanto all’argomento dell’autorità dottrinale, alla voce della Enciclopedia del diritto sulla banca popolare, nel 1959, si osservava che l’attività delle banche nei confronti dei non soci si è talmente estesa – si pensi alla popolare di Novara, alla popolare di Milano – che della cooperativa esse conservano la forma ma non ne riproducono la sostanza «. Esiste, quindi, un problema che si sta sviluppando ormai da quarant’anni e rispetto al quale non vi è stata risposta alcuna. Le dinamiche si sono fatte interessanti quando, dalla seconda metà degli anni ottanta e poi negli anni novanta, si è verificato in misura crescente il fenomeno delle quotazioni, prima nel mercato ristretto e poi nel mercato ufficiale. La problematica della limitazione del valore è una questione a doppio taglio. Si tratta del problema della raccolta di capitale. La quotazione è finalizzata, evidentemente, a consentire l’immissione di denaro fresco e la raccolta sul mercato di nuovi capitali. Le limitazioni alla possibilità di  influenzare il management, di condizionare la governance, costituiscono motivo di dissuasione per il capitale nuovo. Pertanto secondo il nostro giudizio, dall’insieme di elementi che abbiamo potuto raccogliere desumiamo che è il sistema del voto capitario a costituire proprio il vizio di fondo, anche perché il voto capitario nasce come connaturato allo spirito cooperativo che vuol dire, per il socio, poter beneficiare dei servizi della sua società. Ciò dovrebbe consentire un peculiare trattamento nell’investimento, nel deposito che il socio fa, oppure nella erogazione del credito nei confronti del socio stesso. Questo non ci risulta si verifichi in nessuna delle popolari che, ormai diventate società lucrative pure purissime, stanno cercando – da quando qualcun altro, tra cui ASNAPOP, ha iniziato ad operare – di venirci a parlare di radicamento sul territorio. Il tema del radicamento sul territorio è un argomento rispetto al quale il richiamo dovrebbe essere fortissimo. Vi sono delle popolari che ricoprono una fascia assai estesa di territorio, che va addirittura dal Trentino alla Sicilia; abbiamo visto acquisizioni da parte di popolari dal nome lombardo – non lo dico per campanilismo – che hanno investito nella banca di Bronte o in quella di Belpasso, lontanissime dalla loro realtà. A me sembra allora che il «radicamento nel territorio» sia stato utilizzato come un vuoto slogan per salvare il salvabile di qualche cosa che, a nostro modo di vedere, salvabile davvero  non è più. Ho avuto un faccia a faccia anche con il dottor Mazzotta che, in un’intervista a due voci risalente al settembre 2002, disse: «dobbiamo ritornare al territorio». Cominciò confessando che dal territorio ci si è allontanati e che comunque bisognerebbe fare qualche cosa per ridare quella  connotazione. Non so se la banca popolare di Milano sia in grado di farlo, sicuramente però, da quanto abbiamo visto, le altre banche non lo stanno facendo nel modo più assoluto. Mi devo permettere di fare un cenno al progetto di fusione tra la Banca popolare commercio e industria e la Banca popolare di Bergamo. Non ho le capacità per valutare il progetto industriale, ma, in ogni caso, il disegno è il seguente: ci sarà una società cooperativa holding dalla quale dipenderanno due Spa operative. Le due banche popolari diventeranno dunque delle controllate operative. Allora io domando retoricamente: si può parlar di spirito cooperativo in una holding? A me sembra veramente un controsenso. Se queste operazioni sono necessarie, esse sono però la riprova del fatto che vi è stato un travisamento totale del meccanismo. Una cooperativa non può essere una holding. La cooperativa è la società che vende servizi ad un suo socio: far guadagnare un po’ di più sul conto corrente, o far spendere un po’ meno, oppure ottenere dei mutui in forma agevolata. Per questi motivi noi siamo convinti che lo spirito cooperativo sia completamente scomparso nelle popolari quotate e ci sia una difesa ad oltranza di un’etichetta che non può resistere oltre. Le contraddizioni esistenti, il fatto che le cooperative stiano diventando tutte holding (in caso della Banca popolare commercio e industria e della Banca popolare di Bergamo rimane il più eclatante, perché all’interno della cooperativa non ci sarà più niente di bancario, rimarrà solamente la holding stessa) impongono una revisione del sistema. Le nostre iniziative si sono sviluppate e, oltre a rappresentare la nostra posizione al Parlamento italiano, lo abbiamo fatto anche a livello comunitario. In proposito, l’intervento del collega e amico Cafari Panico, coordinatore delle iniziative presso l’Unione europea, saprà essere di chiarimento.

RUGGERO CAFARI PANICO, Rappresentante dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Le brevi considerazioni che intendo svolgere prendono le mosse da quelle sostanziali espresse dall’avvocato Bovio, il quale ha evidenziato l’aspetto più problematico dell’attuale disciplina. Esiste una giustificazione al mantenimento di un regime restrittivo dei diritti dei soci azionisti anche oggi, in questo momento particolare, in cui le banche popolari sono state ammesse nei mercati regolamentati? La risposta, dal mio punto di vista di esperto di diritto comunitario, materia che insegno ormai da tanti anni, è che l’impostazione non sembra corretta. Mi sono posto il problema in una diversa prospettiva, chiedendomi una prima volta, quando ho iniziato ad interessarmi dell’argomento, se l’attuale disciplina, così come espressa all’articolo 30 del testo unico delle leggi in materia bancaria e creditizia, imperniata sull’imposizione del voto capitario, sulla limitazione del possesso azionario e, quindi, sulle limitazioni in materia di deleghe, sia una normativa che attualmente possiamo ritenere non tanto opportuna o meno, ma legittima o non legittima. Ho cercato di svolgere il compito affidatomi in una maniera diversa. Mi sono immedesimato in quello che potrebbe essere l’atteggiamento futuro della Corte di giustizia se fosse richiesta, nel corso di un giudizio, che non escludo possa essere instaurato in un qualsiasi momento dinanzi al giudice italiano, di interpretare la  compatibilità di queste norme con l’attuale diritto comunitario. La conclusione cui sono giunto, e della quale sono profondamente convinto, trova conforto anche in recentissime sentenze di tutta una giurisprudenza venuta consolidandosi nel corso del 2002, nonché in alcune conclusioni di avvocati generali già nei primi mesi di quest’anno (vi è in particolare una sentenza del febbraio corrente, di cui peraltro lascerò la documentazione), da cui emergono alcuni principi ben chiari. Cercherò di ricostruire l’iter logico seguito dai giudici del Lussemburgo in altre vicende analoghe alla nostra. La prima domanda che si porrebbe il giudice comunitario è se queste norme attengano alla materia della libera circolazione dei capitali. La risposta può essere articolata, ma resta intuitiva, ed è affermativa. Infatti, evidentemente, l’ingresso in una banca popolare quotata è un’operazione che di per sé può configurare un investimento, un movimento di capitali. Basti ipotizzare il caso che l’investitore sia un soggetto non italiano. Questa seconda affermazione mi consente di rispondere affermativamente anche rispetto ad un altro dubbio che può sorgere. La realtà delle banche popolari quotate è puramente italiana: ma allora, dove è la sua rilevanza comunitaria? Vorrei fare al riguardo un piccolo inciso. È vero che si tratta di una realtà puramente italiana. Infatti, esistono banche cooperative e banche popolari anche in altri paesi europei, soprattutto in Francia, dove tale ettore è particolarmente vivace; tuttavia, non si tratta di banche quotate e, soprattutto, anche in Francia le limitazioni e le restrizioni poste all’esercizio dei diritti societari non sono minimamente paragonabili a quelle previste nel nostro ordinamento: non esiste, infatti, l’imposizione  del voto capitario ed il limite al possesso azionario è fissato al 10 per cento. Vi è, soprattutto, un altro aspetto: la scelta delle restrizioni del diritto di voto è volontaria, sulla base dello statuto deliberato dai soci; nel nostro ordinamento, invece – ecco la peculiarità italiana – ciò è imposto da una norma di legge, ed è proprio della disposizione che impone il voto capitario che occorre discutere. Spesso, infatti, si verifica l’equivoco di confondere l’aspetto statutario, vale a dire la volontà dei soci, con l’imposizione normativa. Nulla esclude che lo statuto di una banca popolare possa contenere limitazioni ai diritti societari, ma deve trattarsi di una scelta dei suoi soci, e non può essere imposta per legge. Una norma quale quella che conosce il nostro ordinamento, infatti, incide sulla libera  circolazione dei capitali. Al riguardo, vorrei portare l’esempio dell’investitore straniero che intenda avvicinarsi al mercato borsistico. Dovendo scegliere se investire in una banca popolare quotata o in un’altra banca non popolare, parimenti quotata, finirà, inevitabilmente, per preferire quella in grado di riconoscergli un esercizio pieno dei propri diritti di socio, e dunque capace di garantire un ritorno pieno del proprio investimento. Sul piano del diritto comunitario, ciò significa che la particolare normativa vigente nel nostro paese produce un effetto dissuasivo nei confronti dell’investitore straniero. L’investitore straniero, infatti, di fronte al mercato borsistico, si trova in una situazione frutto di una norma che incide su di lui in modo da fargli compiere una scelta che non si verifica a parità di condizioni, poiché si trova in un mercato borsistico con regole diverse, per cui il suo investimento finisce per essere orientato in una direzione diversa da quella che avrebbe assunto a parità di condizioni: ecco il famoso effetto dissuasivo.

PRESIDENTE. Ciò non viene scontato dal prezzo?

RUGGERO CAFARI PANICO, Rappresentante dell’Associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Il prezzo di acquisto delle azioni può essere uno degli elementi. La sua osservazione sarebbe corretta, signor presidente, se non fosse che, in casi analoghi, la Corte di giustizia del Lussemburgo, giunta a considerare situazioni di questo genere, ha stabilito che non bisogna considerare l’eventuale risultato della valutazione del singolo sotto il profilo economico, ma occorre affrontare la questione in termini generali ed astratti. L’articolo 56 del Trattato istitutivo delle Comunità europee vieta le discriminazioni e ogni misura che possa alterare le condizioni di libera circolazione dei capitali; se poi tali restrizioni trovano un correttivo in meccanismi economici di valutazione, tale considerazione non viene compiuta dalla Corte, che si pone esclusivamente su un piano generale ed astratto, affermando che, di fronte ad una situazione in cui l’investitore subisce un effetto dissuasivo, in termini astratti, da parte di una normativa nazionale, la semplice esistenza di tale effetto dissuasivo può essere, di per sé, un indice rivelatore di una distorsione del mercato, e dunque, potenzialmente, di una norma lesiva della libera circolazione dei capitali.

PRESIDENTE. Lei afferma che, se queste limitazioni dei diritti societari derivano dallo statuto, nulla quaestio, e che il problema sorge quando sono imposte dalla legislazione. Supponiamo che la normativa consentisse il voto multiplo, così come previsto da alcune legislazioni europee: lei riterrebbe incompatibile con la normativa comunitaria la possibilità che lo statuto preveda il voto multiplo? Inoltre, se la legge non imponesse regimi particolari, ma tali regimi fossero previsti dallo statuto della società, se il risparmiatore di un paese decidesse di investire in un altro paese e trovasse, ad esempio, due imprese meccaniche con due statuti diversi, potrebbe chiedere alla Corte di giustizia del Lussemburgo di cancellare tali norme? Nutro questi due dubbi rispetto alle sue osservazioni.

RUGGERO CAFARI PANICO, Rappresentante dell’Associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Se mi permette, signor presidente, prima di rispondere ai suoi quesiti vorrei fare una premessa. L’esistenza, in termini astratti, di restrizioni alla libera circolazione dei capitali potrebbe trovare, sempre secondo la Corte di giustizia europea, una giustificazione. Una norma nazionale, come quella vigente in Italia, potrebbe essere legittima ove ciò fosse giustificato o giustificabile sulla base di un interesse generale. La Corte, dopo avere esaminato, nel suo iter logico, in relazione alla libera circolazione dei capitali, l’astratta esistenza di un fenomeno distorsivo – che, nel nostro caso, sarebbe rappresentato dall’effetto dissuasivo -, si domanderebbe se tale effetto dissuasivo potrebbe essere giustificato, ed il passaggio ulteriore consiste nell’esaminare il motivo per cui una limitazione del genere è stata introdotta, dal momento che, se essa è giustificabile sulla base di considerazioni di interesse generale, allora potrebbe intervenire un meccanismo di giustificazione. La Corte, tuttavia, non si fermerebbe a questo punto, ma compirebbe un passo ulteriore, perché, anche se giungesse ad accertare l’esistenza, anche in società quotate, di un residuo scopo mutualistico ed arrivasse a ritenere che tale residuo di mutualità giustifichi limitazioni all’esercizio dei diritti dei soci tali da comportare anche un effetto distorsivo sulla libera circolazione di capitali, allora si perverrebbe all’ultimo termine di confronto sul quale, mio avviso, «inciampa» la normativa vigente: il principio di proporzionalità. In altri termini, la Corte di giustizia del Lussemburgo ammette l’esistenza di possibili limitazioni – e vorrei evidenziare come si tratti dell’ultima frontiera della giurisprudenza della Corte, la quale, evidentemente, non si è fermata dinanzi alle obiezioni di carattere generale (il prezzo, le modalità, le diversità nazionali, la salvaguardia delle specificità) – qualora queste abbiano qualche fondamento: si deve trattare, innanzitutto, di misure non discriminatorie, vale a dire rivolte alla generalità dei soggetti, e soprattutto di norme che trovino la loro giustificazione nell’interesse generale. A quel punto, come dicevo, la Corte compie il passo ulteriore: quanto la misura restrittiva è proporzionale al raggiungimento degli altri scopi? Il voto capitario che era proporzionale, strettamente correlato e intimamente legato ad una struttura cooperativa, certamente non nata per una quotazione in borsa, quanto mantiene di tale proporzionalità rispetto allo scopo mutualistico residuo delle banche popolari quotate? Il dubbio che mi è sinceramente sorto è che, in realtà, l’intero problema dell’attuale disciplina consista nel fatto che il voto capitario è diventato non proporzionale all’obiettivo che si intende raggiungere, anche qualora si ammettesse la sussistenza di uno scopo mutualistico. Il voto capitario in quanto tale, pertanto, diventa illegittimo se non è più possibile rintracciare uno scopo mutualistico nelle banche popolari quotate, ma, ove si potesse ancora rintracciare in tali banche qualche forma originaria di finalità mutualistica, quello che serviva cento anni fa per tutelare tale scopo in un contesto di banche non quotate, oggi è sicuramente diventato uno strumento non proporzionato. Occorrerebbe, allora, un intervento che ripristini la proporzionalità degli strumenti rispetto allo scopo societario. Tornando alla sua domanda, e supponendo di essere un investitore che, come tale, scelga di investire in azioni di una banca popolare quotata, osserverei quanto segue. Supponiamo anche che sappia quali siano le condizioni cui vado incontro, che abbia avuto una piena informazione, che non vi siano stati messaggi contraddittori e che, dunque, acquistando le azioni, sappia quel che faccio. Ebbene, tutto ciò sarebbe sufficiente per  ritenere che la normativa mantenga una sua legittimità? In termini strettamente giuridici, lo escluderei; diversamente, bisognerebbe dimostrare che l’adesione del socio – ma, a questo punto, dell’azionista che investe sul mercato dei capitali acquistando le azioni della banca popolare – rappresenti un’adesione allo spirito mutualistico. Ciò sarebbe vero se, acquistando le azioni della banca popolare quotata, avessi voluto aderire a tale spirito; invece, è la banca popolare quotata che, ponendosi sui mercati regolamentari, ha aperto la possibilità di acquisto e sottoscrizione del proprio capitale senza chiedere alcuna adesione allo scopo mutualistico. Quando, come penso sia capitato a tanti, si acquistano azioni di banche popolari sul mercato borsistico non si ha alcuna intenzione di aderire a detto scopo; ma non perché si abbia un retropensiero, sibbene perché è stata una scelta della banca popolare, collocandosi sul mercato regolamentato, quella di rinunciare ad avere come propri azionisti – e, quindi, come soci – solo coloro che condividano lo scopo mutualistico iniziale. Dunque, come è possibile che sul mercato borsistico esistano situazioni di concorrenza falsata? Infatti, l’accesso ai mercati dei capitali diventa falsato in quanto vi sono due soggetti che, con discipline diverse, concorrono: uno che normalmente offre, come lei sosteneva, signor presidente, uno sconto sul prezzo a fronte della riduzione dei diritti; l’altro – la banca quotata normale – che offre invece un più alto rendimento. In realtà, si tratta di una concorrenza solo apparente, una concorrenza falsata perché l’effetto è più distorsivo che positivo. Anzitutto, infatti, l’ingresso sul mercato borsistico avviene senza la consapevolezza effettiva della diversità: se veramente quanto rileva ai fini dell’acquisto è il minore prezzo, risulta dimostrato che è venuto meno lo scopo mutualistico per il quale entrare nel capitale della banca. L’argomento, forse, prova troppo; se si pone solo una simile questione economica, come si giustifica una limitazione che affonda le proprie radici in una filosofia mutualistica?  In realtà, a mio avviso, se chiamata a giudicare della legittimità della norma, la Corte di giustizia stabilirebbe, molto probabilmente, quanto segue. Nulla esclude che finalità mutualistiche possano consentire, in astratto, limitazioni dei diritti di voto; nulla esclude che, ove la finalità unica della banca sia quella di perseguire scopi mutualistici, il voto capitario sia uno strumento idoneo a raggiungere tale risultato. Ove questi scopi mutualistici vengano man mano a perdersi o si affievoliscano – è il caso della quotazione in borsa -, a quel punto occorrerà che, volta per volta, caso per caso, il giudice nazionale accerti, sulla base di una propria valutazione del permanere dello scopo mutualistico, se lo strumento utilizzato dal legislatore (voto capitario) sia proporzionale, e quindi idoneo, al raggiungimento di tali finalità. Il mio convincimento è che, nella situazione attuale, con la presenza di otto, nove banche quotate, il limite del voto capitario abbia perso la propria connotazione di proporzionalità ed adeguatezza. Ciò per la ragione che esprimevo prima: se inizialmente era strumentale allo spirito cooperativo, tanto più si è affievolito lo spirito cooperativo, tanto più è venuta meno la sua giustificazione.

PRESIDENTE. Do la parola ai coleghi che desiderano intervenire.

MARIO LETTIERI. Desidero, anzitutto, ringraziare il presidente ed il professore, anche per il conforto che dal loro intervento può trarre chi, come il sottoscritto – insieme ad alcuni colleghi del suo gruppo – è anche presentatore di una proposta di legge (proposta della quale primo firmatario è l’onorevole Pinza). Il ragionamento, anche con riferimento alla legislazione comunitaria, mi pare sia abbastanza puntuale; ritengo che il Parlamento debba farsi carico della situazione attuale, profondamente mutato rispetto all’idea iniziale delle società cooperative. Effettivamente, sembra opportuna la considerazione che usiamo ancora «il vestito della prima comunione» pur avendo già superato abbondantemente l’età del matrimonio. Però, dobbiamo tenere conto del fatto che, se bisogna superare il limite del voto capitario, tuttavia, certe altre limitazioni vanno mantenute, onde evitare che, altrimenti, si faccia del tutto scomparire la natura originaria, pur affievolitasi di molto, di tali banche. Abbiamo, quindi, previsto alcune soluzioni; al riguardo, non so se loro abbiano avuto modo di conoscere alcune delle proposte di legge che sono al nostro esame e se possano darci un parere in merito, parere che mi sembra di potere inferire sia, in linea di massima, favorevole; tuttavia, non vorrei che andaste al di là, anche al di là delle nostre previsioni circa le limitazioni del voto. Superare il voto capitario è certo giusto ma, comunque, lo statuto e la libertà dello statuto devono incontrare dei limiti. L’ultima questione – che mi sembra abbiate sollevato in maniera puntuale – concerne il tema del management e della governance affidati ai dipendenti; in tal caso, siamo dinanzi ad un conflitto di interessi, ad un incopatibilità. Sarà, forse, il caso, nella definizione delle nostre proposte di legge, di sancire in modo chiaro tale incompatibilità. Ritenete che nell’attuale assetto delle più grandi banche popolari si riscontri il fenomeno del management espressione del mondo dei dipendenti?

PRESIDENTE. Aggiungerei, presidente, che la vostra valutazione è chiara, risolvendosi nell’indicazione della necessità che il sistema venga cambiato. Attualmente, pende dinanzi a questo ramo del Parlamento l’esame, tra gli altri, di due progetti di legge: quello (a firma dell’onorevole Pinza e di altri) cui faceva riferimento il cofirmatario, onorevole Lettieri, e quello dell’onorevole Jannone. Il secondo prevede la trasformazione obbligatoria della banca popolare in un diverso tipo di società, mentre l’onorevole Pinza ed altri vorrebbero si prevedesse solo una facoltà di trasformazione. Ritenete che, in sostanza, tutte le banche popolari quotate debbano essere sottratte all’assetto giuridicamente connotato come società cooperativa? Tale assetto, quindi, sarebbe incompatibile, anche per le ragioni di carattere europeo cui dianzi si faceva riferimento? Oppure, semplicemente, si dovrebbe dare un maggiore margine di flessibilità e di libertà di scelta? Quanto, in altre parole, voi, come associazione, vi aspettereste che debba essere incisivo l’intervento legislativo nella materia? Do la parola ai nostri ospiti per la replica.

CORSO LIBERO CARLO BOVIO, Presidente dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Abbiamo moltissima considerazione per l’argomento circa la necessità – ne siamo i primi fautori, proprio per il tipo di interessi che rappresentiamo: non grandi azionisti, non soggetto che vogliano superare i tetti, in ipotesi, del 2 per cento – di precise limitazioni al possesso azionario e per lasciare, quindi, la natura di public company alle banche popolari; si tratterà, poi, di trovare un equilibrio economico-politico e non sta a noi definire le cifre: sicuramente, lo 0,5 attuale ci sembra piuttosto basso; però, indubbiamente, lo splafonare oltre certi livelli ci sembra un controsenso rispetto alla difesa di questo patrimonio, obiettivamente molto diffuso, di partecipazione azionaria. Il problema del controllo dei dipendenti sul management è molto forte per la banca popolare di Milano e la nostra esperienza conferma la sussistenza di tale problema per questo istituto di credito. Dobbiamo confessare che, avendo vita breve e non disponendo di infiniti mezzi, non godiamo della possibilità di condurre investigazioni su istituti diversi da questo, che però è sicuramente quello in cui il fenomeno si è radicato in modo inquietante. Per quanto riguarda il rispetto dell’autonomia degli statuti, siamo favorevolissimi a garantirla, e analogamente ci poniamo rispetto alle scelte di ciascuno istituto. La nostra preoccupazione è che andando al voto oggi, con le maggioranze o, meglio, con i sistemi esistenti, non cambierebbe assolutamente nulla. Ci imbattiamo in realtà «imbalsamate», rispetto alle quali la speranza di cambiamento è piuttosto ridotta. Noi siamo concordi nell’applicare, se non altro in via transitoria, dei meccanismi funzionali, come ad esempio il voto per corrispondenza. Non so perché vi sia una grande paura di tale strumento, ma il silenzio di tanti azionisti potrebbe essere superato proprio attraverso un voto espresso in questo modo. Una revisione del sistema delle deleghe sarebbe poi altrettanto opportuna. Mentre per le società quotate esistono meccanismi per le raccolte di deleghe, gli stessi non sembra si possano applicare per le popolari. L’importante per noi è trovare una strada nella quale il momento della scelta tra la conservazione dello statuto di tipo cooperativistico o il passaggio ad una Spa consenta la reale espressione, non dei baronati esistenti, ma della maggioranze effettive.

NICOLA RIBIS, Vicepresidente dell’associazione nazionale di azionista di banche popolari (Asnapop). Vorrei ricollegarmi a quanto il nostro presidente affermava relativamente al voto per corrispondenza. Pragmaticamente, sembra aver luogo una discriminazione, stante l’elevato numero di soci iscritti nei libri delle banche popolari. Faccio un esempio: la banca popolare di Milano ha 140 mila soci; quella di Verona e Novara ne ha 200 mila. Qual è il luogo dove si può tenere l’assemblea, dove il socio, con il voto capitario, possa esercitare il suo diritto? Cioè, de facto, esiste una discriminazione del socio anche con questa normativa. Quindi, dobbiamo necessariamente introdurre un correttivo per far sì che il socio possa esercitare i diritti già oggi spettantigli. È per questo che ci sembra necessaria, come minimo, l’introduzione del voto per corrispondenza. Inoltre, la nostra associazione chiede l’abolizione del voto capitario, mantenendo, come dice l’onorevole Lettieri, un certo limite per non depauperare il patrimonio italiano rappresentato dalle banche popolari. Noi non auspichiamo certamente la sparizione tout court della normativa, o l’eliminazione di tutti i limiti esistenti, né la speculazione da parte di grosse società estere. In secondo luogo, sarebbe opportuno abolire la clausola di gradimento, anacronistica e discriminatoria, anche in termini di trasparenza per quanto riguarda l’iscrizione al libro soci. Il terzo problema è proprio quello di poter esercitare il diritto di voto per corrispondenza.

PRESIDENTE. Dal momento che l’Asnapop ritiene che la normativa italiana possa essere comunque soggetta a una censura europea, chiedo perché non si sia inteso presentare un ricorso dinanzi ai tribunali comunitari per determinarne una pronuncia.

RUGGERO CAFARI PANICO, Rappresentante dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Su questo vorrei dare un aggiornamento. Proprio stamattina si è riunita la Commissione del Parlamento europeo per discutere del problema delle banche popolari italiane, in seguito alle petizione rivolta al Parlamento medesimo. È stata inoltrata anche una denuncia alla Commissione e questa mattina mi risulterebbe esservi stata anche un’accesa discussione relativa non tanto ai profili di legittimità della norma, quanto ad un’altra questione su cui il Parlamento europeo si sta concentrando attualmente. Mi riferisco alle riflessioni incentrate sulla sussistenza dell’interesse del socio alla salvaguardia del modello. Quanto alle modalità di salvaguardia dell’interesse, esse verranno identificate in un secondo momento. Quindi il problema si è spostato dalla legittimità della disciplina – su cui pure sono stati manifestati ripetutamente dubbi da parte di Commissione e Parlamento e che attende soltanto, forse, di essere sanzionata dalla Corte – ad una diversa e pragmatica questione. Venendo, ora, alla sua domanda, signor presidente, relativa alla nostra mancata attivazione sul piano giudiziario, rispondo che probabilmente è mancata, in realtà, la volontà o l’occasione. Il timore è stato quello di provocare un danno alle società perché bisognerebbe ricercare provvedimenti di urgenza per chiedere il blocco delle assemblee che devono tenersi con le modalità ritenute irregolari alla luce della normativa europea. Questo potrebbe comportare un danno per le società stesse e non escludo anche un rischio per il soggetto che richieda il blocco. Immagini se chi ottenesse dal giudice un provvedimento d’urgenza capace di bloccare l’assemblea, un domani fosse anche chiamato a rispondere del danno arrecato. Quindi, un minimo di prudenza nel rivolgersi al giudice esiste. Ovviamente, si stanno valutando – soprattutto in relazione ad alcuni casi a cui è stato riservato ampio spazio dalla cronaca giornalistica – le condizioni per fare in modo che i giudici del Lussemburgo vengano investiti della questione in modo da ottenere una loro pronunzia.

PRESIDENTE. Il caso della Bipop può essere di qualche insegnamento ai fini della vicenda di cui noi ci occupiamo?

CORSO LIBERO CARLO BOVIO, Presidente dell’associazione nazionale di azionisti di banche popolari (Asnapop). Noi non abbiamo affrontato la questione, non essendo di attualità quando la nostra associazione è sorta. Sicuramente, sarà un caso dal quale contiamo di trarre insegnamenti per il controllo del management. L’azionista avveduto che può far sentire la sua voce dovrebbe essere uno dei migliori strumenti per prevenire casi di questo genere. Noi non vogliamo neppure sventolare la bandiera dei «distruttori di assemblee», ecco perché prima di partire con un’azione giudiziaria intendiamo vagliare tutte le possibili ripercussioni. Probabilmente, la nostra sarà una scelta obbligata: mi riferisco a quella di muoverci con plurime azioni giudiziarie, anche per non incorrere in eventuali accuse sul carattere discriminatorio del nostro intervento. Lei comprenderà, signor presidente, che di fronte ad un problema di immagine e correttezza, dobbiamo partire solo allorché veramente e definitivamente convinti dei fondamenti giuridici dei ricorsi. Sarà, infine, nostra particolare cura distribuire ai membri di questa Commissione la  documentazione utile e connessa alla materia trattata.

PRESIDENTE. Vi è sempre un sospetto – che può di nascere attorno ad un tipo di attività quale quella da voi svolta – che dietro l’etichetta di carattere generale si possano nascondere degli interessi specifici. In tal senso, il vostro atteggiamento è particolarmente meritorio. Ringrazio dunque gli illustri ospiti per la loro presenza e dichiaro

conclusa l’audizione.

La seduta termina alle 15,50.

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